UN ANGELO NELLE FAVELAS

parla Natalina Berto, coordinatrice delle Opere sociali Jardim Climax

Trent'anni di impegno nelle favelas, educando alla cittadinanza. Si può riassumere così la vita di Natalina Berto, partita da Cadoneghe nel 1974 con destinazione le favelas brasiliane di San Paolo, dove ha fondato le Obras Sociais do Jardim Climax, un'associazione che promuove lo sviluppo globale e partecipativo della comunità più povere, con attività che favoriscano la salute, l'alfabetizzazione, l'assistenza all'infanzia e adolescenza. Un viaggio in nave lungo dieci giorni l'ha portata il primo febbraio del 1974 a sbarcare sul suolo brasiliano, insieme a due suore dell'ordine delle Serve di Maria di Ravenna. Dopo aver fondato un'opera sociale nella periferia poverissima di San Paolo, nel 1981 si trasferisce a Jardim Climax, dove crea un'altra struttura.

Cosa l'ha spinta a cambiare vita e a lasciare Cadoneghe e la sua famiglia per il Brasile?

"Tutto comincia con un tema alle elementari in cui scrissi che mi vedevo da adulta in un paese lontano, con un camice bianco ad aiutare la gente. Quando ne ho avuto la possibilità ho realizzato questo sogno, anche se non sono riuscita a diventare medico".

In Brasile si contano a migliaia le persone che lei ha aiutato come infermiera e attraverso le opere sociali. Un impegno estenuante quello di risollevare le sorti dei favelados, i dannati della terra ignorati e disprezzati da tutti...

"In effetti quando arrivammo Il Governo si limitava a fornire alcuni beni di prima necessità. Quando pioveva le suore e io ci ritrovavamo a cenare intorno al tavolo con un fiume d'acqua sotto le sedie. Decidemmo così che la prima cosa da fare era sistemare la rete fognaria e, convinta la Prefettura a fornire il materiale e gli abitanti a darsi da fare, con la pala in mano abbiamo sistemato le condutture. Tutti insieme, perché convinte che sia il "mutir´o", il gruppo, che deve operare per il suo sostentamento. In questo modo sparirono le inondazioni e le malattie che colpivano soprattutto i bambini. Poi arrivarono le baracche in muratura, le scuole, il centro. A qualcuno abbiamo dato fastidio, perché creavamo una coscienza nei favelados, e così ci hanno anche minacciate di morte".

Ha mai avuto paura?

"Mai, perché sapevo che potevo contare sull'aiuto dei favelados. La caratteristica principale in una favela è proprio la solidarietà e l'aiuto reciproco. Tutti condividono il poco che hanno, senza pensare di riavere qualcosa in cambio. Ricordo comunque che una volta, dopo una minaccia ricevuta, decisi di rincasare alla favela ogni sera da un ingresso diverso, camminando a zigzag, sperando così di schivare eventuali pallottole. A pensarci adesso mi viene da sorridere".

Alla fine è riuscita nel suo intento e a creare le Opere sociali. Di cosa si tratta?

"Le Opere offrono formazione scolastica e professionale, ai bambini pasti caldi ogni giorno, spesso gli unici che riescono ad avere. Il livello della nostra istruzione è così alto che una famiglia benestante voleva togliere il figlio dalla scuola privata per mandarlo alla nostra. Ma noi accogliamo solo i più poveri. A fianco delle attività scolastiche si svolgono anche quelle ricreative e sportive come il corso di percussioni, di capoeira, le feste. Per integrare le spese di manutenzione abbiamo aperto un bazar di vendita solidale, promuoviamo feste, tè benefici e partite di bingo per raccogliere fondi".

Storia della favelas Jardim Climax

Parte prima Parte seconda Parte terza
Parte quarta Parte quinta Parte sesta

Diecimila bambini e 2500 famiglie assistiti sono tanti. Ne ricorda qualcuno in particolare?

"C'è Pedro, che da metalmeccanico ora insegna nel laboratorio di falegnameria, sempre pronto ad aiutarmi se c'è bisogno di dar la caccia ai ladri o ai topi o se c'è da soccorrere i feriti di una sparatoria. Poi c'è Fatima, una bambina che giocava per le strade della favela e ora è medico in un ospedale vicino. Anche gli insegnanti dei corsi sono ex alunni, tutti bambini che hanno avuto la possibilità di studiare e di cambiare in meglio la loro vita". Per tanti che ce la fanno, altri purtroppo tornano indietro. Come Marcelo, bambino aggressivo quando giunse al centro, che studiando aveva ottenuto un buon impiego... "Era bello vederlo uscire al mattino dalla baracca ben vestito, con la ventiquattrore in mano".

Ma cambia il Governo e molti restano senza lavoro. Anche Marcelo perde l'impiego e si perde anche lui. Uscito da poco di prigione, una delle prime cose che ha fatto è andare a salutare Natalina e gli altri al centro, forse l'unico posto dove è stato felice in vita sua...

"Nelle favelas più della fame si patisce la carenza di affetto".

Natalina dei poveri, ma Natalina anche degli italiani. Com'è nato il suo impegno a sostegno dei nostri connazionali?

"Nel 1988 un sindacalista ha fatto il mio nome per il patronato Inas istituito dalla Cisl. Lavoro per far ottenere ai nostri connazionali e ai loro discendenti i sussidi, la pensione e la cittadinanza italiana. Sono anche al terzo mandato nei "comites", i comitati istituiti dal nostro ministero per gli italiani all'estero. Quando sono arrivata ero l'unica donna, adesso che ho coinvolto amiche e conoscenti, siamo la metà".

Con tutti questi impegni le basta un'intera giornata?

"In realtà lavoro sedici ore al giorno: dopo il patronato Inas, faccio una capatina al centro. Poi ci sono le riunioni dei comites e i contatti da tenere per organizzare i progetti e trovare i fondi necessari. Il centro e le scuole ormai sono gestite dagli abitanti; non ho mai avuto la presidenza appunto perché volevo che loro si responsabilizzassero. Ma ora che sto un po' defilata, sento la nostalgia dei primi tempi, quando ci rimboccavamo le maniche per costruire tutto da zero e la sera ci trovavamo con le ragazze a sorseggiare caipirinha".

Cristina Salvato - www.cadoneghe.net

 
Video in Primo Piano